top of page

Il disagio silenzioso negli adolescenti.

  • Immagine del redattore: Nicoletta Vasta
    Nicoletta Vasta
  • 25 mar
  • Tempo di lettura: 2 min

Quando “va tutto bene” ma qualcosa, in realtà, non va.

Dott.ssa Nicoletta Vasta

Ci sono adolescenti che non attirano particolari preoccupazioni. Frequentano la scuola con regolarità, ottengono risultati adeguati, non mettono in atto comportamenti oppositivi e sembrano adattarsi bene ai contesti in cui vivono. A uno sguardo esterno, tutto appare nella norma.

Eppure, è proprio in queste situazioni che può nascondersi una forma di sofferenza più difficile da riconoscere.

Si tratta di un disagio che non si mostra apertamente, che non disturba, che non interrompe l’equilibrio familiare o scolastico. Non essendoci segnali evidenti, tende a non essere nominato, né dall’adolescente né dagli adulti.

In questo senso, è un disagio che non si vede, ma non per questo è meno presente.

L’invisibilità diventa parte stessa della sofferenza. Questi ragazzi spesso imparano a mantenere un funzionamento adeguato anche quando stanno male, sviluppando una modalità di adattamento che lascia poco spazio all’espressione emotiva.

Quando il disagio non trova parole, non scompare. Si organizza piuttosto in forme più sottili: una tensione costante, una fatica difficile da spiegare, una sensazione di distanza da ciò che si vive.

Alcuni adolescenti descrivono una sorta di “automaticità”: fanno ciò che devono fare, ma senza sentirsi davvero coinvolti. Altri parlano di un senso di vuoto o di un’ansia che non sembra avere un motivo preciso.

Si tratta di segnali poco evidenti, che raramente vengono letti come espressione di un malessere.


La difficoltà a riconoscere la sofferenza e il rischio di non essere visti

Un aspetto centrale riguarda proprio la possibilità di riconoscere ciò che si prova. Se tutto intorno restituisce l’immagine di un funzionamento adeguato, diventa più difficile pensare che quel disagio abbia diritto di esistere.

Può emergere, in modo implicito, un’idea come: “Se sto facendo quello che devo, allora non dovrei stare male”.

Questo rende il disagio ancora più isolato, perché privo di uno spazio di legittimazione.

Anche gli adulti possono essere indotti, senza volerlo, a non vedere. Il buon andamento scolastico e il comportamento corretto rassicurano e portano a concentrare l’attenzione su ciò che funziona.

Ma è proprio questa apparente assenza di problemi a rendere più difficile intercettare la sofferenza.

A volte, questi adolescenti arrivano all’attenzione clinica tardi, quando il malessere è diventato più strutturato o quando qualcosa improvvisamente “si rompe”.


Il ruolo degli adulti

Intercettare questo tipo di disagio richiede uno sguardo meno centrato sulla prestazione e più attento alla qualità dell’esperienza emotiva.

Significa interessarsi non solo a come l’adolescente sta andando, ma a come sta. Significa offrire uno spazio in cui non sia necessario “stare bene” per essere ascoltati, e in cui anche ciò che è confuso o difficile da dire possa trovare posto.


Il disagio silenzioso ci ricorda che il benessere non coincide sempre con l’assenza di problemi visibili. A volte, ciò che non si vede è proprio ciò che ha più bisogno di essere riconosciuto.



 
 
 

Commenti


bottom of page